Uccisa la giornalista Daphne Caruana Galizia. Aveva denunciato gli affari loschi dei potenti

Daphne Caruana Galizia

Aveva lavorato all’inchiesta Panama Papers la giornalista Daphne Caruana Galizia, mostrando la corruzione nel mondo politico di Malta. Quello di Caruana Galizia non è il primo omicidio di stampo politico nella storia del paese, ma è stato premeditato ed era lei il bersaglio. Qualunque sarà l’esito delle indagini, quanto accaduto è un vero e proprio ritorno al passato. Le istituzioni hanno tradito il paese e la popolazione.

Il governo è all’inizio della sua legislatura, la popolarità del primo ministro è ai massimi, l’economia prospera, ma c’è qualcosa di marcio in profondità, così marcio da minacciare di mandare tutto quanto a rotoli. Le implicazioni di questo crimine sono gigantesche. Non siamo di fronte ai delinquenti socialisti che hanno terrorizzato l’isola all’inizio degli anni Ottanta. Questo è un omicidio che ricorda quelli mafiosi. La posta in gioco è altissima, chiunque sia il mandante. La domanda è: i politici sono coinvolti? Ebbene, nell’omicidio di Daphne Caruana Galizia il crimine e la politica sono connessi in un modo mai visto prima nel paese“. (fonte: Internazionale)

Ci stringiamo al dolore dei familiari della giornalista uccisa per aver svolto il proprio lavoro, scomodo per i potenti e per la criminalità.

Di seguito i commenti di alcuni autori Imprimatur che da tempo si occupano di mafie.

Una promessa per #DaphneCaruanaGalizia: continuare a raccontare questa guerra – di Lorenzo Baldo, vicedirettore di Antimafia Duemila e autore di Suicidate Attilio Manca
“Mia madre è stata assassinata perché si è trovata in mezzo tra la legge e coloro che cercano di violarla, come molti altri giornalisti coraggiosi. Ma è stata colpita anche perché era l’unica a farlo. Ecco cosa accade quando le istituzioni dello Stato sono incapaci: l’ultima persona che rimane in piedi spesso è un giornalista. E quindi è la prima persona che deve morire”. Le parole di Matthew Caruana Galizia rimbalzano forti nella mia mente. Sono passate poche ore dal brutale assassinio della giornalista Daphne Caruana Galizia. Penso al significato della nostra professione in un periodo storico tra i più bui. Penso a chi come lei muore per aver fatto il proprio dovere e chi muore ogni giorno schiacciato da un ingranaggio infernale che stritola lentamente chi ha a cuore questo mestiere. Tornano alla mente gli undici giornalisti assassinati in Italia: Beppe Alfano, Carlo Casalegno, Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giuseppe Fava, Mario Francese, Peppino Impastato, Mauro Rostagno, Giancarlo Siani, Giovanni Spampinato e Walter Tobagi, nove dei quali per mano della criminalità organizzata. Ma ci sono anche i colleghi uccisi all’estero in altre circostanze come Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, e tanti altri trucidati da quello che viene definito “terrorismo internazionale”. Ognuno di loro aveva una storia da raccontare. Storie possibilmente scomode, che davano fastidio e che dovevano essere cancellate. E’ come se un filo rosso unisse queste vicende da un continente all’altro. Dello stesso tenore la storia di Pablo Medina, il giornalista paraguaiano, che collaborava con Antimafia Duemila, assassinato il 16 ottobre 2014 assieme alla sua assistente Antonia Almada lungo una strada rurale di Villa Ygatimí, nel dipartimento di Canindeyú, al confine con il Brasile. Fin da subito il responso è stato chiaro: duplice omicidio di matrice narcos. Quegli stessi narcos contro i quali Medina puntava il dito da diversi anni attraverso il suo instancabile lavoro al quotidiano ABC Color. Ma era solo una verità parziale. Chi è che ha armato la mano degli esecutori di quel massacro? Anche in questo caso a stare nell’ombra sono sempre quegli interessi criminali che appartengono ad un sistema di potere esterno al narcotraffico. Al punto di coinvolgere l’ex sindaco di Ypejhú, Vilmar “Neneco” Acosta, accusato di essere il principale mandante dell’omicidio Medina-Almada. Tre anni dopo, proprio nel giorno dell’anniversario del duplice omicidio doveva iniziare il processo contro lo stesso “Neneco” Acosta, poi però si è saputo che è stato rinviato. Una strada lunga e tortuosa attende Dyrsen Medina, la figlia trentenne del giornalista e tutta la sua famiglia, per avere finalmente giustizia. Ma almeno è stato scalfito quello scudo di impunità che proteggeva Acosta. Uno scudo che continua a proteggere i mandanti politici (e non solo) di tanti omicidi di giornalisti e fotoreporter nel mondo. Come dare torto a Matthew Caruana Galizia quando parla del proprio Paese definendolo “uno Stato di mafia” dove “puoi anche saltare in aria solo perché eserciti i tuoi diritti basilari”?. “Come ci siamo arrivati?”, si domanda infine il figlio della giornalista assassinata. A quella domanda però non abbiamo la forza per replicare. Troppe stragi impunite costellano la storia della nostra fragile democrazia. Troppe “ragioni di Stato” si celano dietro stragi e omicidi “eccellenti”. Troppe trattative tra Stato e mafia sono state sancite sul sangue di vittime innocenti. E quando a non volere la verità è proprio quello Stato per il quale tanti martiri hanno dato la vita, non resta che continuare a fare questo mestiere con maggiore determinazione sostenendo con forza la libera informazione. Per Daphne, per Pablo, per Ilaria e per tutti i caduti in questa guerra che ci chiedono di continuare a raccontarla.

Rossella Canadè, autrice di Fuoco criminale

“Hanno ucciso una donna e preso a calci il diritto all’informazione. Questo accade nella civilissima Europa, dove a chi fa inchieste serie i potenti e i criminali dichiarano guerra. Ora anche con le bombe”.

Sabrina Pignedoli autrice di Operazione Aemilia

“Prima hanno provato ad azzittirla con le querele, poi con le minacce. Non ci sono riusciti. Così l’hanno uccisa, ma non credo abbiano raggiunto lo scopo di farla tacere. Perché ora le parole delle sue inchieste verranno ascoltate in tutto il mondo”.

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